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Martedì, 22 Dicembre 2015 00:00

Come far ripartire Acri. In evidenza

Scritto da 
Tonino Cugliari Tonino Cugliari

L'ideologo Tonino Cugliari, ospite della 3° puntata della trasmissione, parla dell'attualità del messaggio

di Giuseppe Antonio Arena, raccontando la figura politica e quella sociologica del poeta e giurista acrese e ripercorrendo tratti storici della nostra comunità. Infine lancia alcune idee circa le possibilità di un nuovo sviluppo della città di Acri, dalla possibilità data dall'immigrazione e dalla vastità del nostro territorio, 202 Km2. Tutto questo nel video in fondo all'articolo.

 

A seguire un saggio sulla figura di Giuseppe Antonio Arena e di Fortunata Piselli.

 

PER  UN  PRIMO  APPROCCIO ALLA  CONOSCENZA  DI GIUSEPPE  ANTONIO  ARENA

Il 27 settembre del 2015 l’Amministrazione comunale di Acri ha dedicato uno spazio con una targa toponomastica a Giuseppe Antonio Arena, politico, sociologo, giurista e poeta.

In quella occasione ho parlato brevemente non di Arena poeta, ma del politico e del saggista, cercando di legare il suo pensiero agli attuali problemi del Meridione. Ritenendo di fare cosa utile verso le nuove generazioni, ho deciso di scrivere un breve saggio sulla figura di Giuseppe Antonio Arena e su PARENTELA ED EMIGRAZIONE di Fortunata Piselli, omaggiando, nel generale silenzio dell’intellettualità meridionale, quelle poche figure che si opposero e descrissero i FLUSSI MIGRATORI come la causa principale del sottosviluppo del Sud.

ArenaGiuseppe Antonio Arena nasce nel 1935 in Acri un paese montano ai piedi della Sila cosentina. Avendo dimostrato sin da piccolo poco interesse alla vita pastorale, il padre con molti sacrifici l’avviò allo studio. Frequentò le scuole inferiori in Acri, il liceo classico nel collegio italo-albanese di San Demetrio Corone ed infine l’università a Napoli, dove giovanissimo si laureò in giurisprudenza.

Fin da studente universitario inizia la militanza politica nel Partito Comunista Italiano, dove ben presto ricoprì ruoli di primo piano. Giuseppe Arena aderisce al partito per la sua origine di classe, e poi perché gli anni sessanta vedono la Calabria attraversata da grandi lotte bracciantili per l’occupazione delle terre. Negli anni cinquanta la lotta per la terra non aveva raggiunto gli obiettivi sperati: erano state occupate soprattutto le terre demaniali, come in Acri la montagna di PIETRAMORELLA e il latifondo era stato appena sfiorato. In altre parole gli “UCCELLI GRIFONI” di paduliana memoria, che avevano usurpato le proprietà del demanio, dove i contadini esercitavano da sempre gli USI CIVICI, non subirono alcun danno.

In quel tempo nel Partito Comunista Italiano si fronteggiavano due linee contrapposte: la linea sindacale che voleva il prosieguo della lotta per l’occupazione delle terre; quella politica che cercava di allargare il blocco delle alleanze verso gli intellettuali, i ceti medi e quella parte della borghesia delusa dalla politica clientelare della Democrazia Cristiana.

In altre parole, il Partito Comunista Italiano non si opponeva con decisione all’emigrazione dei contadini meridionali verso il Nord d’Italia ed alla loro trasformazione in proletari. L’industria del Nord in pieno boom economico necessitava di una nuova forza lavoro ed il P.C.I. non contrastò tale esigenza, convinto che la trasformazione dei contadini in proletari alla fine sarebbe tornata a vantaggio delle forze di sinistra.

Giuseppe Arena si schiera a favore delle lotte contadine ed entra in contrasto con la linea ufficiale del Partito, impersonata in Acri dal senatore Francesco Spezzano. Lo scontro tra la posizione del sindacato e quella del Partito diventa dura anche a livello regionale e vede schierati in netta contrapposizione il Segretario Regionale del Partito Paolo Cinanni e Luigi Silipo in rappresentanza del movimento dei braccianti.

La collocazione di Giuseppe Arena era dettata, in parte dalla sua origine di classe, ma anche dalla sua profonda conoscenza della storia del Meridione; egli aveva ben chiari tutti i limiti del Risorgimento italiano, che per il Sud si era risolto in una totale annessione al Regno Sabaudo. E tutti i meridionali che avevano combattuto con Garibaldi e posto l’esigenza della redistribuzione delle terre, alla fine del processo di unificazione si videro delusi, e chi si oppose venne combattuto come brigante. Con la feroce repressione del brigantaggio furono distrutte tutte le economie, le culture, i mestieri dell’intero Meridione.

Alla fine dell’Ottocento la “QUESTIONE MERIDIONALE” fu risolta, ma risolta è solo un eufemismo, con l’emigrazione  forzata nelle Americhe, e per tutta la prima metà del Novecento l’emigrazione ha rappresentato la valvola di sfogo delle tensioni sociali. Alla fine della seconda guerra mondiale la musica è sempre la stessa: o emigrare oppure morire di fame!

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Emigrazione italiana per regione 1876-1915

Foto Wikipedia 

Giuseppe Arena non accetta questo fatalismo ed assieme a pochi intellettuali calabresi organizza la lotta e con convinzione aderisce al Movimento Contadino per l’occupazione delle terre.

Responsabile del Movimento Bracciantile era, allora, Luigi Silipo esponente di primo piano del Partito Comunista Italiano. Nei primi anni sessanta la Calabria è attraversata da grandi sommosse sociali e la lotta tra gli agrari e i contadini si fa sempre più dura.

Inaspettatamente il primo aprile del 1965 Luigi Silipo viene assassinato a Catanzaro. Sulla sua morte violenta vennero fatte diverse congetture: la tesi più accreditata fu quella della vendetta di qualche agrario infastidito dalla sua attività sindacale; si è anche parlato di forti contrasti all’interno del P.C.I., a tutti erano noti i continui litigi tra Paolo Cinanni, responsabile regionale del Partito, e Luigi Silipo capo del sindacato regionale dei braccianti. Sta di fatto che con la morte di Silipo la lotta contadina si affievolisce; frattanto da Roma sta per scendere in Calabria un grosso dirigente del Partito, non ricordo se Longo o Natta, a normalizzare gli eretici calabresi come il senatore Luca De Luca, il Professore Pugliese e lo stesso Giuseppe Antonio Arena.

blocco-52Nel 2012 la Casa Editrice Rubbettino ha pubblicato sul “CASO SILIPO” il libro BLOCCO 52. Personalmente ho trovato il lavoro interessante, ma lacunoso circa la responsabilità politica del Partito Comunista Italiano e di tutta la Sinistra, in merito all’oblio su Silipo e sulla sua attività sindacale.

Ritengo che quell’oblio voluto e imposto ha rappresentato il definitivo coperchio calato sulla QUESTIONE MERIDIONALE e su quei pochi intellettuali che allora si opposero alla PROLETARIZZAZIONE DEI CONTADINI DEL SUD! E oggi persino un giornale borghese come L’ESPRESSO può titolare che il Mezzogiorno è definitivamente scomparso dal dibattito politico e dall’economia del Paese.

Dopo la morte di Silipo, Arena comprende che la battaglia contro l’emigrazione e per la redistribuzione delle terre è definitivamente perduta, inizia il progressivo distacco dal P.C.I., si trasferisce a Napoli e si dedica all’insegnamento ed alla ricerca. E nello studio e nella ricerca trasferisce tutti i suoi valori e i suoi sogni, mettendo a nudo i problemi del Meridione e dei ceti subalterni di cui si sentiva carne dello stesso corpo e con gli occhi e la mente sempre rivolti alla terra d’origine.

Rileggendo lo scritto “IL SANNIO TRA MITO E REALTA’”, non ho potuto fare a meno di comparare il Sannio con la Montagna Silana: indomiti e valorosi i sanniti che si opposero ai romani; indomiti e valorosi i bruzi che per difendere la loro libertà si allearono con Annibale contro Roma.

Identica la vita agricola e pastorale, infatti entrambi i popoli ricavavano la ricchezza dalla pastorizia e dall’agricoltura. La pastorizia si basava sull’allevamento degli ovini e dei bovini, l’agricoltura poggiava sulla granicoltura, sulla viticoltura e l’olivicoltura. Dall’allevamento degli ovini si ricavavano i latticini e la lana, pertanto la pecora era il principale sostegno dell’economia dei popoli montani. Oltre ai latticini ed alla lana, dalla pastorizia si ricavavano altri prodotti come le pelli destinati a diversi usi. Nel Sannio, come nel Bruzio, le greggi migravano in autunno verso le pianure, per far ritorno in montagna a primavera. Durante questi spostamenti definiti “TRANSUMANZE” avvenivano gli scambi dei prodotti tra i pastori e gli uomini delle marine. Non è sbagliato dire che Giuseppe Arena con la penna scrive del Sannio e del Molise, ma la sua mente e il suo cuore sono sempre rivolti alla terra d’origine!

Non è possibile in questo breve scritto parlare di tutte le opere di Giuseppe Arena, forse lo farò in un lavoro successivo, ora mi limiterò a trattare brevemente quelle opere che ritengo più rappresentative del nostro personaggio.

prima della ragioneInizio con l’opera “PRIMA DELLA RAGIONE” che porta il sottotitolo “cultura e diritto del popolo in Vico e Sorel”.

Va precisato che prima di Arena, anche il Padula, nei suoi studi storici e politici, aveva studiato il Vico e il pensiero napoletano del settecento. Sulla traccia del Vico,il prete di Acri, rifiuta lo sviluppo storico in senso lineare ed affronta il tema delle vicende umane, sia nel loro sviluppo, che nella decadenza. In altre parole, prima con Padula e in seguito con Arena, un popolo eredita costumi e idee da quello precedente e, pertanto, l’inizio del ciclo di una civiltà coincide con la decadenza e la fine di un’altra civiltà.

In questa sua opera Arena evidenzia che mentre per Cartesio l’era moderna è l’era della SCIENZA e della RAGIONE, il Vico e il Sorel, entrambi ANTIRAZIONALISTI si contrappongono a questa teoria e la loro critica a Cartesio sfocia nella CONTESTAZIONE DEL DOMINIO DELLA RAGIONE.

la rivoltaPersonalmente ritengo che le opere migliori di Giuseppe Arena siano “FRANCESCO LONGANO: LA RIVOLTA DI UN ABATE” e gli scritti su LUIGI SERIO.

Francesco Longano fu discepolo del salernitano ANTONIO GENOVESI, che per primo fondò nell’Università di Napoli la cattedra di economia. Ma mentre il Genovesi, pur contestando il vecchio sistema economico, non arrivò alla sua completa condanna, ed anche il FILANGIERI non era andato oltre le istanze d’ispirazione borghese, il Longano (Arena) conferisce alla lotta antifeudale un carattere nuovo e rivoluzionario. Per l’abate molisano, una volta abolito il vecchio sistema economico, occorre realizzare una profonda trasformazione delle strutture fondiarie e creare una nuova struttura fondiaria fondata sulla piccola azienda contadina. Con il Longano, quindi, la polemica antifeudale sale di toni e di contenuti fino ad arrivare alla contestazione di qualsiasi società fondata sul dominio di classe.

Il Longano ritiene che la concentrazione della proprietà terriera sia alla base della miseria del mondo contadino, pertanto, se si vuole trasformare questo modello, occorre abolire qualsiasi forma di rendita attuando il principio democratico di DARE LA TERRA A CHI LA LAVORA.

Concludendo, posiamo dire che il Longano coglie appieno tutti i fermenti che agitavano la scena politica europea del XVIII secolo e che anche a Napoli e in tutto il Mezzogiorno incominciavano a prendere piede.

Per questa lucida visione il pensiero dell’abate molisano può essere, senza dubbio, associato a quello degli “ARALDI DELLA LIBERTA’” come  Emanuele De Deo, Mario Pagano, Domenico Cirillo, Eleonora Pimentel, insomma a tutta quella intellettualità che più tardi darà il sangue e la vita in difesa della Repubblica Partenopea.

Brevemente parlerò dell’opera su LUIGI SERIO, a cui mi lega un caro ricordo: Arena, prima di darlo alle stampe, m’inviò copia del lavoro con la seguente dedica “a Tonino Cugliari per una sempre maggiore comprensione delle istanze autenticamente popolari”.

luigi silipoLUIGI SERIO grande giurista e poeta, come il Longano, fu discepolo del Genovesi, passò dalle file monarchiche a quelle repubblicane e divenne una delle figure più celebri del 1799 per la profonda avversione al governo borbonico. Nacque a Massaquano nel 1744 e morì a Napoli il 13 giugno del 1799 a 55 anni, combattendo eroicamente al ponte della Maddalena contro le bande sanfediste del cardinale Fabrizio Ruffo, pronunciando le ultime parole d’incitamento alla lotta in verace dialetto napoletano. Di lui ci restano numerose poesie e articoli di vario genere.

Con Luigi Serio, Arena affronta l’annoso e mai risolto problema del rapporto tra intellettuali e popolo, tra cultura d’elite e cultura popolare, il rapporto tra lingua e dialetto. Oggi, come ieri, l’uso dell’informazione e del linguaggio è alla base del dominio di classe che si realizza attraverso i processi di manipolazione sia giornalistico che televisivo.

Luigi Serio nella polemica con il Galiani rivendica al popolo e alle classi subalterne l’autonomia del proprio patrimonio linguistico. Il dialetto del popolo, secondo il Serio, deve essere naturale e spontaneo, privo di tutte quelle forme grammaticali auspicate dal Galiani.

Dall’insegnamento di Luigi Serio deriva che l’errore della borghesia napoletana e di tutti i giacobini, errore che portò alla sconfitta della Repubblica Partenopea del 1799, fu quello di non aver saputo legarsi al popolo, perché del popolo non parlavano la lingua; operazione che invece riuscì alla reazione borbonica, e pertanto i contadini poveri, le plebi, i lazzari, invece di combattere a favore della Repubblica si allearono con le bande sanfediste.

Come Luigi Serio anche Giuseppe Arena alla fine del percorso intellettuale si riscopre poeta. Viste deluse le aspettative politico-sociali, il nostro concittadino si rifugia nel privato e forse trova nella poesia il lenimento alle proprie ansie esistenziali.

Con i suoi versi Arena ci consegna un ultimo prezioso dono: “ci offre un grande messaggio rivolto ai valori universali dell’amore, della libertà, del diritto, della pace ritenuti come speranza di salvezza individuale e collettiva”.

Allorché mi regalò il suo primo libro di poesie “PIETRE E ROSE” scrisse nella dedica: “a Tonino Cugliari, affinché scopra l’amore e la poesia, il marxismo e l’economia sono veleni”.

Il primo ottobre del 1982 giorno del mio quarantesimo compleanno, da Varsavia dove spesso si recava, mi spedì come regalo una bella poesia:

         a cugliari   Tu hai quarant’anni

Ossia quattrocentottanta  mesi

Ossia quattordicimilaquattrocento giorni.

Cammini impaurito per strada

Come un bambino di quattro anni

E meditabondo come un vecchio di oltre cento anni.

Fermati un momento

E non avere più apprensione

Poi continua, pellegrino del giorno e della notte,

a correre a piedi nudi

nelle terre di fuoco, senza sosta,

accompagnato dall’arcano chiarore dell’Orsa Maggiore.

Io sarò al tuo fianco,

impavido soldato delle tenebre e della luce,

assieme ad interrogare l’enigma della storia

e strappare il filo spinato dei confini del mondo.

                                              G.A. ARENA

 

Quasi presagendo la morte in una sua ultima poesia così scriveva: “I POETI MUOIONO PRIMA DEL TEMPO/ MUOIONO SENZA CONFORTO/ ESALANDO COME ULTIMO RESPIRO UN VERSO CHE SI PERDE NEL GRANDE PIANETA DELLA VITA/.

 

Giuseppe Antonio Arena  muore inaspettatamente “SENZA CONFORTO” a Napoli il 10 maggio 1995.

Trattando la figura di Giuseppe Arena ho inteso rendere omaggio a quei pochi intellettuali meridionali che, con le azioni e con le opere, si opposero alla scellerata politica dell’EMIGRAZIONE. Oggi è chiaro a tutti come i FLUSSI MIGRATORI, dall'ottocento ai nostri giorni, siano alla base dell'abbandono del SUD e della profonda crisi in cui siamo sprofondati.

 

                                        LE  OPERE  DI  GIUSEPPE  ARENA

NEL 1968  pubblica     “STATO E DIRITTO IN GIUSEPPE PALMIERI”

“    “ 1970   “    “         “INTRODUZIONE ALLO STUDIO DI F. LONGANO”

“    “ 1971   “    “         “LA RIVOLTA DI UN ABATE”

“    “ 1974   “    “         “DE ATTELLIS E LE ANTICHITA’ ITALICHE”

“    “ 1977   “    “         “GABRIELE PEPE TRA POLITICA E STORIA”

“    “ 1978   “    “         “LUIGI SERIO LINGUISTA E POLITICO”

“    “ 1981   “    “         “L’ELOGIO DI GAETANO FILANGIERI”

“    “ 1981   “    “         “IL MOLISE NEL 1848: SOCIETA’ E POLITICA”

“    “ 1982   “    “         “LUIGI SERIO: RISPOSTA AL DIALETTO NAPOLETANO”

   DELL’ABATE GALIANI”

“    “ 1982   “    “         “IL SANNIO TRA MITO E REALTA’”

“    “ 1982   “    “         “L’UTOPIA NELL’ILLUMINISMO NAPOLETANO”

“    “ 1983   “    “         “PRIMA DELLA RAGIONE: CULTURA E DIRITTO DEL

                                      POPOLO IN VICO E SOREL”

“    “ 1983   “    “         “ a Parigi “POTERE E PARTECIPAZIONE”

“    “ 1983   “    “         “LINIAMENTI DELLA FIGURA E DELL’OPERA DI

                                     VINCENZO PADULA”

*****

LA PRODUZIONE POETICA

pietre rose

NEL 1981 pubblica “ PIETRE E ROSE DI LITOFAGO GA”

NEL 1995 pubblica a New York “OMBRE DEL GIONO”

Ha collaborato assiduamente con il “PENSIERO POLITICO” pubblicando numerosi articoli sia in Italia che all’estero.

 

 

 

 

 

libri 1

figura ed opera

stato e diritto

*****


 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulla tomba di Giuseppe Antonio Arena è inciso il seguente epitaffio

La-mia-vita 

 

 

PARENTELA ED EMIGRAZIONE

Mutamenti e continuità in una comunità Calabrese di FORTUNATA PISELLI

Quando venne fondata l’Università calabrese gli obiettivi erano alquanto ambiziosi. La nuova Università doveva uscire dal chiuso della ricerca accademica per calarsi nello studio del tessuto della Regione, onde contribuire al suo risveglio e farla uscire dal secolare sottosviluppo.

piselliSollecitato dal Centro Studi “LA COMUNE”, molto attivo in Acri in quegli anni, il Dipartimento di Sociologia, diretto dal professore Giovanni Arrighi, diede incarico alla sociologa Fortunata Piselli (foto a sx) di svolgere un’accurata indagine in un paese della Calabria; venne scelto Acri in provincia di Cosenza considerato come uno spaccato dell’intero Meridione ed indicato con lo pseudonimo di ALTOPIANO.

Lo studio dura circa tre anni – dall’autunno del 1975 all’estate del 1978 – nasce così “ PARENTELA ED EMIGRAZIONE” pubblicato dall’Einaudi nel 1981. 

 La ricerca analizza i “ FLUSSI MIGRATORI” dal 1950 in poi, ed usando tecniche antropologiche nuove, mette a nudo come questi processi determinano trasformazioni e sconvolgimenti nel tessuto sociale di una comunità come Acri.

Fino agli anni cinquanta “Altopiano” è ancora una società isolata fuori dal contesto nazionale dell’economia e della cultura. Prevalgono rapporti precapitalistici di sfruttamento e di condizionamento; per mantenersi in piedi una comunità siffatta, i rapporti familiari devono essere per forza rigidamente gerarchici con una netta differenzazione tra FIGLI LEGITTIMI e PROIETTI.

Negli anni cinquanta nelle famiglie dei possidenti, essendo la proprietà della terra l’unica forma di reddito e di ricchezza, la terra non poteva essere frazionata tra i figli, pena l’indebolimento economico della famiglia.

Vigeva, quindi, il MAGGIORASCATO, cioè ereditava e si sposava solo il primogenito, da qui la piaga dei PROIETTI nati dalle relazioni degli esclusi con le donne dei ceti subalterni.

parentela ed emigrazioneContrariamente ai possidenti, nelle famiglie contadine la proprietà, quando esisteva, veniva frazionata in parti uguali fra tutti i discendenti.

Si comprende facilmente come in una società così strutturata, l’EMIGRAZIONE agisca come fattore di riequilibrio dei contrasti sociali nascenti.

Negli anni cinquanta, come alla fine dell’Ottocento, l’emigrazione avviene nelle Americhe, e per gli alti costi del viaggio via mare, ad emigrare sono i figli delle famiglie benestanti sostenuti dal parentado. Emigrano gli esclusi dal patrimonio o chi ha ambizioni da realizzare.

Negli anni sessanta si assiste ad una nuova forma di emigrazione: il Nord d’Italia e d’Europa in pieno boom economico necessitano di nuova forza-lavoro per il funzionamento dell’industria.

L’emigrazione in questa fase coinvolge gli strati che negli anni cinquanta erano stati esclusi: emigrano in massa i figli dei contadini, dei fittavoli, dei braccianti. Il latifondo, privato dalle braccia che lo manteneva in vita, entra in crisi ed  al suo posto prende corpo la piccola proprietà contadina, acquistata con le rimesse degli emigranti. Pertanto, se negli anni cinquanta resistevano ancora strutture arcaiche precapitalistiche, con l’emigrazione degli anni sessanta ALTOPIANO entra a pieno titolo nel mercato italiano ed europeo.

Negli anni settanta entra in crisi anche la piccola proprietà contadina, vuoi per il continuo frazionamento della terra, vuoi perché le rimesse degli operai si orientano verso nuove forme più redditizie d’investimento, come la conquista di un posto di lavoro negli Enti Forestali, nell’impiego pubblico e soprattutto nella speculazione edilizia.

Cambia, quindi, la vecchia struttura produttiva legata alla terra e crescono le classi medie del lavoro burocratico e le forme assistenziali esercitate dai partiti politici alla ricerca del voto clientelare.

Scomparsi quasi tutti i vecchi mestieri e i lavori artigianali, la PARENTELA subisce una profonda trasformazione: da struttura condizionante diventa oggetto di manipolazione politica. Dice la PISELLI: “le famiglie che vogliono mantenere il potere inseriscono i propri rappresentanti nei partiti politici, in modo di condizionarne le scelte ed orientarle verso gli interessi del nucleo di appartenenza”.

L’indagine di Fortunata Piselli si ferma a questo stadio, ma l’acuta sociologa aveva compreso che ALTOPIANO (Acri) stava per entrare in una crisi grave per la mancanza di investimenti produttivi capaci di produrre ricchezza e non solo di consumarla.

 

Acri, dicembre ’15                                                  Antonio Cugliari 

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Le provocazioni di Tonino Cugliari: importiamo immigrati

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