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Venerdì, 14 Ottobre 2016 00:00

Il terremoto non aspetta e non chiede permesso.

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Le immagini delle macerie di Amatrice (RI), di Accumoli (RI) e di Pescara del Tronto (AP) hanno svegliato le coscienze; 

fra le tante che si saranno svegliate ci saranno anche le stesse che lo hanno fatto a più riprese nell’ultimo ventennio e che puntualmente si sono riaddormentate, forse per smaltire le fatiche accumulate nel gestire le emergenze create dai diversi terremoti  (Emilia nel 2012, provincia  dell’Aquila nel 2009, Molise/Puglia nel 2002, Umbria e Marche nel 1997).      

A dire che i sismi di magnitudo 5,4 - 6,0 (quelli più comuni nell’intera Penisola e che riducono a cumuli di macerie quasi tutti i centri storici prossimi agli ipocentri, come avvenne anche in Irpinia nel 1980, in Friuli nel 1976, nella Valle del Belice nel 1968) nelle aree di moderna urbanizzazione (dove si costruisce nel rispetto di norme tecniche appropriate) non  producono gli stessi danni, ma comportano solo spaventi agli abitanti.

Il problema, allora, sta nella estrema vulnerabilità dei fabbricati che caratterizzano i nuclei originari degli 8.000 comuni d’Italia e che, per la loro esistenza e per il “vecchiume” che si ritrovano, hanno un valore inestimabile e costituiscono un vanto per la nostra Nazione. Ce ne rendiamo conto dopo ogni sisma, quando crollano, provocando la morte di migliaia di vite umane.  

Prevenire è meglio che ricostruire: lo dicono tutti in questi frangenti.  E anche stavolta non sono mancate le intenzioni di correre ai ripari, tant’è che già il 25 agosto 2016 si è riunita la Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile per valutare l'impatto del sisma ed i suoi possibili sviluppi.

«Purtroppo in Italia si aspetta il terremoto per edificare costruzioni antisismiche. I terremoti sono inevitabili. Quello che si può evitare è il crollo totale degli edifici costruendoli con i giusti criteri» fa scrivere a Francesca Angeli,  su “Il Giornale” (25.8.16), il prof. Domenico Giardini, referente per il settore del rischio sismico nella suddetta Commissione. Poi, lo stesso avverte «Una magnitudo 6 è considerata medio grande e per fortuna in Italia non arriviamo mai al 9 che si riscontra invece in Giappone ... Ad Amatrice ... Sono tutte case vecchie che crollano. Per capire come è potuto accadere basta vedere la differenza con Norcia ed Assisi. Qui, dopo i terremoti del '79 e del '97, c'è stata la ricostruzione: evidentemente è stata fatta bene e le case costruite hanno retto» … «Il problema è lo stesso dopo anni e anni. Le case vengono mese in sicurezza soltanto dopo i terremoti. Noi possiamo segnalare che quella è una zona rossa. ... Non possiamo certamente dire che il terremoto arriva tra un'ora o tra un anno. Ma possiamo affermare con certezza che con una magnitudo 6 quelle case crolleranno».

Ad inizio settembre si è verificata, a livello nazionale, la concomitanza di due eventi significativi:

·         - un appello di tecnici  alla "Classe Politica", affinché proceda in tempi brevi a varare un "Piano di Manutenzione e Prevenzione Antisismica" al fine di avviare concretamente una consistente riduzione del rischio sismico degli edifici in Italia, preoccupati che “Per gli eventi sismici, in Italia negli ultimi 116 anni e con cadenza inferiore al decennio, sono stati registrati complessivamente circa 150.000 morti e 300.000 feriti con una spesa di oltre 300 Miliardi di euro per le ricostruzioni”;

·         - la presentazione da parte del Governo italiano del progetto “Casa Italia” alle persone giuridiche interessate (SGI, INGV, CNR, ENEA, ISPRA, CRUI, CN Geologi, CN Architetti, CN Ingegneri, CN Geometri, Conferenza Nazionale dei Presidenti e dei Direttori delle SUST, Conferenza Presidi Facoltà di Architettura, di Ingegneria, INU … Rappresentanze degli EELL, di categoria, e delle parti sociali) per la messa in sicurezza del patrimonio abitativo, pubblico e privato, nell’ambito di un’azione complessiva di riqualificazione del territorio a livello urbanistico, energetico, o altro.

L’intera  Italia è soggetta all’azione sismica, ma la Calabria, che ha avuto più del 50% dei terremoti catastrofici, si rivela la regione con il maggiore potenziale sismico. Per tale motivo, il 26 settembre scorso, le Prefetture delle cinque Province calabresi hanno indetto un incontro a Catanzaro fra il responsabile regionale della PC, Carlo Tansi, con gli amministratori locali, con i responsabili delle forze dell’ordine e con gli appartenenti al mondo del volontariato e dell’associazionismo, per fare il punto della situazione nell’approccio con il rischio sismico.

«La Regione è molto indietro» ci fa sapere Carlo Tansi (non senza suscitare, a distanza di giorni, polemiche in alcuni politici e preoccupazioni nelle parti sociali), evidenziando che i Piani di emergenza - nonostante i fondi stanziati -  sono stati presentati solo dal 54% dei comuni calabresi, e che questi Piani, fra l’altro, si rivelano già obsoleti o poco adeguati in caso di necessità.

Dal “Rapporto Barberi", redatto a fine anni ‘90, emerge che in Calabria sono circa 11mila gli edifici pubblici a rischio di crollo per cause sismiche.

Le conoscenze sullo stato fisico degli edifici e la valutazione della loro capacità a sopportare una determinata sollecitazione dinamica diventano, così, indispensabili, per programmare interventi alle strutture abitative per una efficace prevenzione antisismica.

La stima degli immobili privati vulnerabili ai sismi nei centri abitati calabresi sarà tutta da scoprire, se non addirittura ancora da fare.

Io ho potuto reperire notizie sulle condizioni fisiche del Centro storico e sulla sismicità del territorio di Acri (Cosenza), quale redattore o co-redattore di studi geologici in questa cittadina. 

 

  L’Amministrazione di Acri, per la sensibilità e la lungimiranza dei suoi componenti, aveva provveduto, già dal 1982, a dotarsi di un Piano di Recupero del Centro Storico, e dall’agosto di quell’anno ha potuto disporre di uno studio geologico, geomorfologico e geologico-tecnico (redatto dal sottoscritto in collaborazione con il dott. Gioacchino Lena), riportante le risposte sismiche dei terreni, nonché lo stato fisico di tutti gli edifici e gli interventi consigliati per il risanamento degli stessi e dei ripidi versanti (per attenuare gli effetti di un ipotetico sisma).

 

In relazione a questo studio “... ne è scaturita una carta, alla scala 1:500, in cui sono divise le unità abitative in tre gruppi” (oltre ad una quarta comprendente i ruderi), riepilogate nella seguente tabella:

 

 

La Classificazione sismica, aggiornata al 2015, formulata dall’INGV, vede il territorio di Acri con il livello di pericolosità relativo alla “zona sismica 2” (“… in questa zona possono verificarsi terremoti abbastanza forti”). I valori di accelerazione di picco (ag) sul terreno rigido e pianeggiante, con probabilità di superamento pari al 10% in 50 anni (OPCM 3519/06), sono compresi fra 0,25 – 0,275 nella porzione centro-orientale del territorio di Acri; mentre hanno valori compresi fra 0,275 – 0,300 nelle parti occidentali e sud-occidentali, perché prossime ad una struttura tettonica di alta pericolosità sismica: il graben della Valle del F. Crati.

La preoccupante situazione sismica regionale (insieme a quella nazionale) richiede una costante attenzione sul territorio ed azioni improrogabili di consolidamento dei fabbricati (e dei versanti, se questi risultano  instabili o che tendano all’instabilità) per prevenire gli effetti dell’evento calamitoso; nonché la predisposizione di un Piano di emergenza per ogni singolo Comune, magari scelto in un concorso di idee per favorire l’apporto di più tecnici ed il coinvolgimento di una certa parte della popolazione al problema.  

In futuro, seguirà il succinto estratto divulgativo delle risultanze geologiche e tecniche relative al Piano di Recupero del Centro storico di Acri, pubblicato sul mensile locale “Confronto”, nel febbraio 1983 (a. IX, n. 2), con il titolo: “Acri – Centro storico. Risanamento idrogeologico e innanzitutto antisismico”.

 

Francesco Foggia 

 

 

 

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